Russofobia
C’è qualcosa,
nell’aria del tempo…
un vento sottile,
che da decenni soffia…
si chiama russofobia.
Un virus che attraversa i confini,
che cambia forma, ma non natura.
Già ai tempi della Guerra Fredda,
quando bastava una parola,
una bandiera rossa,
per far tremare l’Occidente.
Si diceva che “mangiassero i bambini”…
così raccontava la propaganda —
un modo elegante per insegnare la paura,
per costruire il nemico perfetto,
per difendere un mondo
che si voleva unico e giusto.
E in Italia…
bastava sognare un’alleanza,
tra cattolici e comunisti,
per essere considerati pericolosi.
Aldo Moro lo sapeva…
voleva un ponte tra mondi,
un dialogo tra opposti.
Ma quel sogno…
non doveva sopravvivere.
Fu rapito.
Fu ucciso.
E il silenzio calò come una notte di piombo.
Era l’epoca delle bombe,
delle stragi senza volto,
della strategia della tensione.
L’arma più efficace: la paura.
Una paura che confonde,
che divide,
che serve a chi comanda.
E intanto,
un’altra guerra silenziosa scorreva nelle vene.
Eroina, disincanto, smarrimento.
Una generazione intera,
spenta piano,
tra il rumore dei telegiornali
e il silenzio delle coscienze.
Pasolini l’aveva intuito.
Non era solo degrado…
era un disegno.
Un modo per spegnere il pensiero,
per addormentare il desiderio di cambiare.
Oggi tutto è cambiato…
ma anche no.
La russofobia è tornata,
mascherata da nuove parole.
Non più ideologia,
ma geopolitica, economia,
potere.
E ancora una volta,
la storia si riscrive da sola,
dividendo il mondo
in buoni e cattivi.
Senza sfumature,
senza domande.
Le stesse logiche,
gli stessi interessi,
gli stessi innocenti che muoiono.
E noi…
noi restiamo qui,
a guardare il cielo,
a chiederci
chi scrive davvero
la verità dei nostri tempi.
…Chi tiene la penna,
e chi la paga.