Sì… ci sarebbe tanto da ricordare, tanto da fare memoria, tanto da scavare nelle pieghe del tempo che abbiamo imparato a non guardare. Del marcio nella politica spacciato per buono, della menzogna vestita da virtù, degli accordi scritti in segreto con il sangue della povera gente, su tavoli dorati, sfarzosi, inermi di vergogna e colmi d’ipocrisia. Memorie sepolte sotto strati di parole, memorie negate, addolcite, rese digeribili, per non disturbare il sonno dei potenti. Ricordare fa male, sì, fa male davvero, ma dimenticare uccide due volte, uccide il corpo e poi la coscienza. C’è una memoria che pesa come pietra sul petto, e una memoria leggera che scivola via, comoda, inutile, innocua. E poi c’è la memoria viva, quella che brucia, che graffia, che non chiede permesso per entrare nelle vene. Memorie di fascismo, memorie di nazismo mai morto, non sepolto, non sconfitto, solo trasformato, reso presentabile. Ancora vivo nei cuori oppressi, nelle menti crepate di individui malati, inermi davanti al proprio vuoto e affamati di dominio. Ferite aperte nella storia, incise nella carne del tempo, che nessuna celebrazione ha mai davvero curato. Sanguinano ancora, gocciolano silenzio, urlano nelle notti lunghe delle coscienze addormentate. Lo sterminio degli ebrei, una ferita eterna, un’ombra che attraversa i secoli, un nome che non dovrebbe mai essere usato per giustificare altro dolore. E lo stermini dei palestinesi, oggi ignorato, normalizzato, archiviato come “necessario”, coperto da promesse di pace scritte sul tavolino dell’inganno. Settant’anni di espropri, di terre rubate, di case sventrate, di infanzie spezzate prima ancora di nascere. Settant’anni di attesa, di chiavi che non aprono più porte, di mappe riscritte con la forza e col fuoco. inermi sotto le bombe, inermi sotto il silenzio, inermi sotto lo sguardo che si volta altrove. Facciamo memoria, memoria viva, non comoda, non addomesticata, non addestrata all’oblio. Facciamo memoria di ciò che brucia ancora, di ciò che sanguina sotto la pelle del mondo, anche quando non fa notizia. Facciamo memoria delle piazze piene, delle voci rotte, dei corpi che gridano against il peso dell’indifferenza. Facciamo memoria, non per celebrare, non per rituale, ma per resistere alla tentazione del silenzio. Perché la memoria vera non è selettiva, non sceglie chi piangere e chi ignorare, non assolve, non giustifica nuovi stermini. Questo è il nuovo fascismo, non marcia in divisa, non alza il braccio, non ha bisogno di simboli evidenti. Si insinua, si adatta, si nasconde nelle parole di pace, di democrazia, di ordine mondiale. Un potere che non vieta, ma distorce, che non proibisce, ma manipola, che non reprime apertamente, ma educa al silenzio. Il diritto è calpestato ovunque, reinterpretato, svuotato, piegato alle convenienze del momento. E l’Europa distoglie lo sguardo, misura le parole, condanna chi parla, punisce chi osa chiamare le cose col loro nome. Popoli strozzati dalle banche, dalla finanza senza volto, dalle multinazionali del potere che non hanno bandiera né memoria. Vite ridotte a numeri, a flussi, a statistiche, a “danni collaterali” di un progresso senza anima. Facciamo memoria dei conflitti dimenticati, delle guerre senza nome, di quelle che non hanno telecamere puntate addosso. Facciamo memoria dei milioni di vite in fuga, dei confini chiusi, dei mari trasformati in tombe, delle mani tese lasciate nel vuoto. Eppure… per molti è una memoria smemorata, una ricorrenza, una data sul calendario, un giorno solo per poi tornare a dormire. Ma la memoria non è un giorno, non è una cerimonia, non è una bandiera da sventolare una volta all’anno. La memoria è una scelta quotidiana, scomoda, faticosa, necessaria. Facciamo memoria, ancora e ancora, finché ricordare sarà un atto di disobbedienza, finché ricordare sarà un atto di resistenza. Facciamo memoria. Finché il silenzio non avrà più l’ultima parola.